Età del rame
Il rame, riflesso di una nuova società
Circa 5500 anni fa l’uomo iniziò a estrarre il rame dal minerale e a fonderlo in stampi per realizzare armi e strumenti. La diffusione di questa prima metallurgia non costituì solo una fondamentale innovazione tecnica, ma determinò la nascita di un artigianato specializzato e l’intensificarsi delle relazioni commerciali, innescando importanti cambiamenti nella struttura e nell’organizzazione delle comunità, sempre più differenziate.
Inizialmente il metallo fu prevalentemente usato per realizzare oggetti di prestigio, armi e ornamenti, attraverso i quali ostentare ricchezza e potere. In rame venne prodotto anche il simbolo per eccellenza di quest’epoca: il pugnale a lama triangolare. Elemento significativo nell’ideologia delle comunità dell’età del Rame, il pugnale veniva deposto nelle tombe come corredo dei defunti e fu ampiamente raffigurato sui monumenti dell’arte rupestre dell’arco alpino.
Il territorio del basso corso del fiume Chiese ha restituito importanti testimonianze per la conoscenza di questo periodo, già a partire dalla fine dell’Ottocento quando fu scoperta la necropoli di Remedello Sotto. L’eccezionalità di questo ritrovamento fu tale che oggi una delle manifestazioni culturali più significative delle nuove società dell’età del Rame viene definita proprio Cultura di Remedello.
Età del rame
«In Italia esistette un’età del rame»: gli scavi della necropoli di Remedello Sotto
Il 14 febbraio 1884, i lavori per l’impianto di un vigneto a Remedello Sotto, in località Dovarese, portarono alla luce una vasta necropoli. Molte tombe andarono distrutte e diversi reperti vennero dispersi, ma gli scavi sistematici condotti da Gaetano Chierici, direttore dei Musei Civici di Reggio Emilia, con la collaborazione di don Luigi Ruzzenenti e del medico Giovanni Bandieri di Asola, permisero di rinvenire oltre un centinaio di sepolture.
I defunti venivano sepolti in fosse, rannicchiati sul fianco, con la schiena supina e le gambe raccolte o supini. Nella maggior parte dei casi sono stati ritrovati solo i resti dello scheletro, ma alcune fosse contenevano anche alcuni oggetti di corredo. Le donne talvolta erano accompagnate da un vaso in ceramica, mentre solo nelle sepolture di alcuni uomini erano presenti armi. Arco e frecce, di cui rimangono oggi solo le punte, erano spesso associati a pugnali in selce; in pochi casi sono stati rinvenuti oggetti di metallo, come pugnali e asce in rame, monili e uno spillone in argento.
Grazie alle ricerche svolte a Remedello e allo studio dei reperti presenti all’interno delle tombe, Chierici riuscì a distinguere un «periodo di transizione dall’età della Pietra a quella del Bronzo», per cui coniò il termine di «eneolitico», che significa appunto età del Rame.
Età del rame
A Remedello, il più grande cimitero dell’età del Rame dell’Italia settentrionale
Le campagne di scavo condotte nella necropoli misero in luce 164 tombe che, tuttavia, sono solo una parte – probabilmente meno della metà – di quelle che dovevano comporre in origine questa vasta area funeraria. Le sepolture si concentrano in due grandi aree denominate Riparto Sud e Riparto Nord. Grazie alle datazioni radiocarboniche ottenute sulle ossa umane sappiamo che l’area fu utilizzata come cimitero per almeno un millennio, all’incirca tra 5400 e 4200 anni fa.
Nel 1885 iniziò la prima campagna di scavo, a cui ne seguirono altre negli anni successivi. Alcune tombe furono estratte ancora integre dal terreno e, incassate, furono portate al Museo di Reggio Emilia, dove sono tutt’ora conservate. Altri scheletri e svariati reperti vennero inoltre inviati, a più riprese, al Museo Preistorico di Roma (oggi Museo delle Civiltà), al Museo di Viadana e al Museo di Storia Naturale di Brescia, che parteciparono al finanziamento delle ricerche.
Nel 1986, Lawrence Barfield, archeologo dell’Università di Birmingham, riprese le ricerche nell’area e rinvenne altre sepolture molto danneggiate dalle arature. Due appartenevano a neonati, mentre una fossa restituì uno scheletro rannicchiato sul fianco sinistro e una punta di freccia in selce. È l’unica tomba della necropoli conservata a Remedello.
Età del rame
La complessa ritualità funeraria dell’età del Rame
A Calvisano in località Basalica è stata recentemente scoperta una piccola necropoli dell’età del Rame, composta da tre tombe maschili, molto simili a quelle della necropoli di Remedello Sotto, e due strutture a tumulo, costituite da due fosse di forma quasi rettangolare che contenevano bassi cumuli di terra.
In una delle strutture, accanto allo scheletro di un bambino di circa 7 anni, rannicchiato sul fianco sinistro, sono state recuperati una zanna di cinghiale forata, un ago e una piccola lesina in rame, oltre a diverse perline in pietra, che forse decoravano un capo di abbigliamento. Nell’altro tumulo non sono state individuate sepolture, ma al suo interno sono stati raccolti minuti frammenti di ossa umane insieme a residui di materiale colorante, cocci, denti di animali forati e moltissime perline in pietra e madreperla disposte a piccoli gruppi e probabilmente gettate nella fossa come offerta.
Queste strutture documentano lo svolgimento di complesse pratiche funebri, oggi difficili da ricostruire, ma che senz’altro comportavano una prima deposizione del corpo per scarnificare le ossa e la successiva sepoltura dei resti scheletrici. La morte era vista come un lungo processo di passaggio, agevolato da una serie di riti – come la manipolazione, la frantumazione e la parziale combustione delle ossa – grazie ai quali il defunto veniva aiutato a separarsi dalla comunità dei vivi per entrare nel mondo degli antenati.
Età del rame
Sulle sponde del Chiese al tempo di Ötzi
La Cultura di Remedello è conosciuta soprattutto grazie alle evidenze funerarie rinvenute nella pianura bresciana, cremonese e mantovana. Nel medesimo territorio è documentata la presenza sia di tombe isolate e di piccole aree cimiteriali, come ad esempio quella della Basalica di Calvisano, sia di necropoli più estese e di lunga durata come quella del Dovarese di Remedello Sotto. A questi ritrovamenti, si aggiungono i numerosi manufatti – pugnali, asce, punte di freccia – rinvenuti apparentemente isolati, ma che probabilmente derivano da sepolture sconvolte.
Questi ritrovamenti danno un’idea di quanto il territorio compreso tra il corso dei fiumi Chiese e Oglio fosse intensamente frequentato nel corso dell’età del Rame, ma a oggi mancano ancora i resti degli abitati. Probabilmente si trattava di villaggi simili a quello rinvenuto di recente in via Guidorossi a Parma, formato da lunghe case rettangolari, che sorgevano a poca distanza l’una dall’altra e che dovevano forse ospitare interi clan familiari.
Età del rame
Il Campaniforme, un fenomeno “europeo”
Alla fine dell’Età del Rame, all’incirca 4500 anni fa, dal Portogallo all’Europa centrale, dalla Sicilia all’Inghilterra, si diffonde l’uso di un particolare contenitore di ceramica noto come bicchiere o vaso campaniforme, poiché la sua forma ricorda proprio quella di una piccola campana rovesciata. Caratteristica di questi vasi è la decorazione geometrica realizzata a bande o che, talvolta, occupava l’intera superficie: zig-zag, fasce orizzontali e triangoli erano ottenuti incidendo con uno strumento o imprimendo una cordicella o un pettine sull’argilla, prima della cottura. Dalle analisi condotte sui residui di contenuto, sembra che questi recipienti fossero specificatamente riservati al consumo di bevande alcoliche fermentate.
La bassa pianura bresciana, nell’area compresa tra i fiumi Chiesa e Mella, è tra le zone che hanno restituito il maggior numero di testimonianze campaniformi dell’Italia settentrionale, soprattutto per quanto riguarda gli aspetti funerari. Le sepolture più note sono quelle di Cadimarco e Santa Cristina di Fiesse. Si tratta di inumazioni in fossa isolate, nelle quali i corpi dei defunti erano deposti rannicchiati su un fianco; vicino alle tombe erano presenti alcune buche di palo, probabilmente i resti di coperture in legno, le cosiddette case mortuarie.











